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Viva la Vie Bohème!

Me ne vado due settimane a zonzo nella Ville Lumière: tra poche ore porterò – per la prima volta – il mio italico derrière in terra d’Oltralpe. In effetti V., l’amica che vive lì e dovrebbe ospitarmi, per quanto sia una persona amabilissima, ecco… non è esattamente famosa per la sua affidabilità. In origine, il programma era: andiamo in aereoporto insieme. Siccome i programmi sono fatti per essere stravolti, ieri scopro che lei s’è già organizzata per farsi accompagnare dal suo “ragazzo-forse-ex-ma-teniamo-la-porta-aperta-che-non-si-sa-mai”, quindi: treno pe’mme. Tra l’altro non ho neanche idea dell’indirizzo di V. a Parigi, quindi è altamente probabile che io faccia turismo architettonico visitando tutti i ponti del lungo Senna, ma non stiamo a guardare il capello.

Dopo l’esperienza Lost in London dell’anno scorso, la mia nevrosi da ansia del controllo ha subìto una notevole battuta d’arresto – suppongo che dovrei ringraziare Mrs. Funiculì e i numerosi microrganismi della Topaia per questo… dovrei?

Insomma, adesso ho un biglietto andata/ritorno per Parigi a un prezzo ragionevolmente basso, e un unico bagaglio a mano irragionevolmente piccolo entro cui stipare tutto ciò di cui avrò bisogno per la mia trasferta parigina. Conversazione di ieri con V., dopo una roba tipo cinque telefonate e tre messaggi da parte mia – ché V. appartiene a quella schiera di persone che devi sperare che abbiano il telefono in mano nell’esatto momento in cui le stai chiamando, altrimenti non ti richiameranno mai, per non parlare degli sms. Mica per cattiveria, eh, è che proprio se ne scordano, o se per caso se lo ricordano comunque non hanno credito nel telefono –  in cui auspicavo un rapido scambio di battute per definire un paio di cose (tipo, non so, l’indirizzo): “Ma insomma io in valigia che ci devo mettere? Piove? Ci sono 15 gradi o 30?” Risposta: “Eh. Quando fa caldo, fa proprio taaanto caldo. Ma poi, se fa freddo, fa freddo sul serio.”

Dopo questo utilissimo scambio di battute, il mio striminzito trolley è così composto: due paia di pantaloni (tutti leggeri, se poi la temperatura è novembrina pazienza. Il freddo rinforza le pareti venose e favorisce la circolazione, si sa). Due vestitini (idem come sopra). Cinque paia di mutande e un reggiseno (dal che si deduce che un giorno si e uno no io starò a lavare mutande e sperare che si asciughino in tempo per evitare il gradevolissimo effetto-muffa). Due maglioncini e cinque tshirt di cotone. Un paio di ballerine che stanno anche per tirare il calzino (merde! I calzini!) perchè la suola è scollata, ma sono le uniche con cui sto comoda, e la sola  cosa su cui tutti quelli con cui ho parlato sono concordi è che a Parigi c’è da scarpinare. Spazzolino e filo interdentale. 

Chi di voi è stato a Parigi mi consigli: esistono grandi magazzini come Primark a Londra, dove con poche sterline (e con *poche* io intendo quattro, non quindici) puoi  comprare ballerine deliziose  e mutande in confezione da sei? Ditemi che ci sono – gli unici che ho in mente sono i magazzini LaFayette, ma non ho ben capito se sono modello Harrods che ti senti più povera solo a entrarci, o se invece hanno prezzi crisi-proof.

Per compensare l’ incertezza abitativo-climatico-modaiola, in questi giorni i miei amici – reali e virtuali – si sono scatenati fornendomi una lista di posti da vedere assolutamente che fa invidia alla mia guida Chatwin. Marco, ad esempio, nei momenti in cui non fa la cronaca minuto-per-minuto di qualsiasi gara olimpica (attività che svolge con estrema precisione, peraltro, corredandola di aneddoti e curiosità a tema: sapevate che il Kazakistan fino ad ora ha vinto sei medaglie, e tutte d’oro? Io nemmeno sapevo che c’era il Kazakistan, alle Olimpiadi.) mi ha consigliato un giretto in questa favolosa patisserie , raccomandata anche per un pranzetto veloce in zona Louvre. Daniele mi ha mandato una mail strapiena di indirizzi: ristorantini, librerie e boutique vintage al di fuori dalle classiche rotte turistiche, consigli (nei panini, il prosciutto cotto fa schifo, il resto va bene!) e diktat (evita il caffè dappertutto!). D’altra parte, non potevo aspettarmi niente di meno da uno che nella Ville Lumière ci ha vissuto otto mesi, e aveva un blog chiamato “Un sardo a Parigi“.

Insomma, parto come al solito un po’ alla ventura, in pieno stile bohemienne altrimenti detto “alla cazzo di cane, e che Dio che la mandi buona” – ah beh, naturalmente c’è questo dettaglio che non parlo una parola di francese, se escludiamo frasi di indubbia utilità quotidiana quali “Je suis Catherine Deneuve” e “un cafè au lait” (che mi ha insegnato ieri Mattia e sarebbe anche utile, se solo non mi facesse schifo il latte dentro al caffè) – ma in fondo sono bene attrezzata. Confido nel wifi dei cugini d’Oltralpe per tenervi aggiornati via Twitter: pare che la rete wireless gratuita sia una delle eccellenze parigine! Se avete altri indirizzi o dritte, fatevi sotto nei commenti. A presto 🙂

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