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Bomba libera tutti

[…] con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo “Se mi vuoi bene piangi” / per essere corrisposti […]

Centinaia d’anni, di poesie, letteratura, canzoni e libri, e nessuna definizione più azzeccata di questa; una manciata di parole per circoscrivere il masochismo emotivo di chi ha paura della felicità, e sente di doverla scontare col dolore. Le conoscete anche voi, persone così? Quelli che non è amore se non fa soffrire? Quelli che si infilano in storie senza uscita, ben sapendo che sarà un gioco al massacro?

Ecco, io nei confronti di queste persone oscillo tra due reazioni – quando naturalmente parliamo di amici, e di amici che vengano a piangere lacrime d’amore sulla mia spalla: in tutti gli altri casi, la linea di condotta è quella del “chi è causa del suo mal” e bòn. La prima: scuoterle forte forte, ma mica metaforicamente, proprio in senso fisico: prenderle per le spalle e strattonarle di brutto, ripetendo “Ma non lo vedi che ti sta uccidendo? Non lo vedi che ti stai uccidendo?” Non si contano le ore passate a convincere chiamiamola Z. che no, presentarsi con gli occhiali scuri per mascherare i lividi dopo l’ennesima “discussione” non era amore. No, il sesso fantastico non poteva compensare gli insulti feroci quando lui si convinceva che fosse a cena con l’amante invece che con me. La seconda: una pietà infinita, e un’altrettanto enorme rabbia per la pervicacia con cui si ostinano a rovinarsi la vita, da anni. Per anni.

[Momento Educational (reminiscenze di latino, greco e storia dell’arte)].

Il termine cattivo, come lo intendiamo noi oggi, cioè sinonimo di malvagio, si riconduce etimologicamente all’idea di “prigioniero del male”, altrove troviamo “schiavo del vizio”. Questa è una cosa che mi ha sempre affascinato molto. Vi si può scorgere una sorta di umana pietas per queste anime perdute, non abbastanza forti da opporsi al dominio del maligno. La nostra bella lingua ne porta ancora testimonianza; a Palermo, un monumento ottocentesco fra i più suggestivi è quella che viene chiamata “Passeggiata della cattive”. Dove le cattive non sono donne molto molto birbanti, ma, genericamente, le vedove. Si capisce chiaramente il perchè: schiave del dolore, del lutto per la perdita dell’uomo amato.

[/fine Momento Educational]

Ecco, io penso a queste persone come persone cattive. Prigioniere dell’eccitazione effimera che segue lo scoppio d’ira travestito da passione, schiave dell’idea malata che loro stesse hanno inculcata di amore. La domanda è: come si fa a liberare chi si costruisce la prigione con le proprie mani, giorno dopo giorno, anno dopo anno, umiliazione dopo umiliazione?  E’ vero che non è possibile salvare chi non vuole essere salvato? Questo tipo di rapporto si basa – sempre, da sempre – sulla contrapposizione di due forze uguali e contrarie: con un dualismo degno della peggior demagogia psicologica, la vittima e il carnefice, il masochista e il sadico, colui che si compiace nel proprio dolore e chi invece gode nell’infliggerlo. Che cos’è che alla fine fa scattare la molla dell’autoconservazione? Cosa spinge a dire basta, una volta per tutte? Perché l’amore senza scossoni, quello rassicurante del “facciamo la spesa insieme il sabato pomeriggio”, sembra meno amore? Viene percepito come “noioso”, “borghese”?

E non è questione di maturità anagrafica, nè di educazione, nè di istruzione. Conosco donne colte, intelligenti, e con diversi lustri in più di me, che si dibattono in situazioni simili senza soluzione di continuità. E tutto ciò che io posso dire o fare, è vano. Perché un conto è la comprensione razionale, cerebrale, di un fenomeno moralmente e socialmente esecrabile, la violenza – fisica, verbale, psicologica – esercitata da chi è in condizione di poterlo fare. Un altro conto è permettere che questa violenza venga perpetrata nella propria vita, perché si associa all’amore, che a sua volta si associa alla gelosia come manifestazione quasi inevitabile dello stesso amore (questa è un’altra delle molte cose che non capisco, ne riparlerò).

Si avvicinano le celebrazioni per la Liberazione, e non sapete come mi piacerebbe ci fosse una festa anche per questo genere di liberazione. Cuori cattivi: liberi tutti.

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One response »

  1. Credo che in alcuni casi vi sia una sorta di idealizzazione della persona amata per cui quando questa infligge delle sofferenze vengono giustificate come conseguenza di un’eccellenza, lo scotto da pagare -volentieri- per essere amati da un individuo geniale. Senza onestà intellettuale non ci si salva e guardare senza infingimenti non è da tutti.

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