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Forse ti ricordi

Ti ho praticamente costretto a guardarmi, ho dovuto costringere me stessa a farmi guardare; io, una ragazzina timida e clamorosamente inesperta appena ventenne e tu, già uomo, che portavi addosso cicatrici invisibili ma incancellabili. Ho passato sere infinite in camera tua, nel tuo letto, davanti alla tua televisione a guardare film di cui non ricordo neanche un fotogramma, perchè ero troppo occupata a concentrarmi sul fatto che eri lì, a cinque centimetri da me. E non mi toccavi, non mi sfioravi nemmeno, ma io ti sentivo con ogni terminazione dei miei nervi. Sentivo il calore della tua pelle, così vicino alla mia che quasi bruciava, e intuivo che per qualche motivo avevi paura di me. E poi eri così incredibilmente bello. La prima volta che ti ho visto mi hai fatto ridere, quando hai raggiunto i tuoi amici al ristorante, e c’ero anch’io. Tutti vestiti da ristorante, e  il tuo corpo che già intuivo perfetto, fasciato nella tuta da motociclista, i capelli sconvolti come sempre, una piccola Medusa nera come il carbone. Dopo settimane di film e birre e pasta aglio e olio e passeggiate tutti insieme, ho anche pensato che magari avevo frainteso, e mi capita di rado. Tutti i segnali di cui disponevo mi dicevano chiaramente che il mio interesse era ricambiato: eri geloso. Ad E., che ci aveva presentati, hai chiesto se stavo con uno dei ragazzi che in quel periodo recitava nella mia compagnia. E siccome E. non reggeva nemmeno il semolino, so che le parole esatte sono state: “Ma quei due… scopicchiano?” La risposta era no, io e A. non abbiamo mai scopicchiato, anche se qualche serata un po’ troppo alcolica e un affetto molto fisico poteva aver dato un’impressione diversa. A un certo punto ho pensato che dovevi essere gay, per forza. Non trovavo nessun’altra spiegazione plausibile al fatto che quando eravamo soli, istantaneamente trovavi interessantissimo il soffitto, o la trama del tappeto, o la pentola sul fuoco, o il sacco da allenamento, o il casco della moto. Qualsiasi cosa, pur di non guardare mai me. Eppure era chiaro come il giorno che mi ero presa una cotta stratosferica. L’avevano capito tutti i tuoi amici, lo sapevano tutti i miei, non è che io sia mai stata granchè brava a dissimulare quello che provo, non mi è mai riuscito, ho sempre considerato una gran perdita di tempo provarci.  Stavi attento anche a non avvicinarti mai troppo, come se io fossi una fiamma libera, pericolosa, e tu senza protezione, indifeso.

E poi finalmente è successo. E io me lo ricordo come se fosse ieri. Come se fossi appena tornata da quel giro in moto col tuo migliore amico. Sono andata dietro di lui, perchè la tua 996 era una monoposto, “le ragazze fanno solo casino”. Però poi eri geloso, ancora, io me ne accorgevo. Ogni volta che mi avvinghiavo a lui (perchè avevo una paura maledetta e questo andava come un pazzo), che scherzavo con lui, che parlavo con lui, i tuoi occhi si stringevano un po’ di più, ma non mi hai dato la soddisfazione di dire una parola. Quando siamo rientrati, lui è andato a prendere l’auto per riportarmi a casa, e tu sei schizzato nell’androne del tuo palazzo, infuriato, e tanto per cambiare non mi guardavi, ma insomma ormai c’ero abituata. Però a quel punto ero arrabbiata anch’io, e allora ti ho seguito.

Ho parlato alla tua schiena, tu stavi già salendo le scale. “Ma non mi saluti neanche?” Non ti sei voltato, ma ti sei fermato. Sei rimasto immobile per un’eternità. O forse solo per pochi secondi. Ho questa immagine nettissima di te, controluce, la mano sinistra sul corrimano, il pugno della destra che si contraeva, il braccio abbandonato lungo il fianco. Poi mi hai detto: “Vieni qua”. Non ricordo di essermi avvicinata, non ricordo chi è stato il primo che ha coperto la poca distanza che ci separava; ma ricordo i tuoi occhi accesi, furiosi, un bacio sognato da settimane, l’acqua nel deserto. Arrabbiato, disperato, violento. E poi dolce, tenero, protettivo. E intanto il tuo amico fuori suonava il clacson, e io non avrei voluto andare via mai, avevo troppo da recuperare. Avevo vent’anni, e il primo bacio l’avevo già dato, ma quello che ho provato fra le tue braccia, non l’ho dimenticato più.

Da quel giorno, da quel bacio, una bolla spazio-temporale. Lo spazio era quasi sempre casa tua. Passavamo ogni momento insieme, finivo i corsi in facoltà e correvo da te. Ti trovavo spesso in terrazza, a prendere a botte quel sacco con una furia che mi spaventava e insieme mi attraeva, come se riempiendolo di pugni potessi svuotarti il cuore e gli occhi dal dolore che avevi sempre addosso. Certe volte rimanevo a guardarti senza far rumore, alle spalle la porta della cucina e in faccia il sole rosso del tramonto, il Duomo e la sagoma familiare di Palazzo Vecchio. Studiavo  la tua espressione intenta, il sudore che ti luccicava sulla fronte, la amata (da te) e incompresibile (per me) musica metal che risuonava nell’attico, i Cradle Of Filth a tutto volume. Quando ti accorgevi di me, la tua espressione cambiava, si addolciva, spuntava un sorriso. Ricordo le risate con i tuoi coinquilini e quelle torte immangiabili, le spaghettate di mezzanotte e i cornetti caldi al mattino prima di volare a lezione, ricordo l’aria di divertita sufficienza quando mi hai spiegato che non si dice “scannerizzare”, ma “scansionare”. La faccia del commesso nel negozio di dischi del sottopassaggio alla stazione quando ho comprato un album dei Black Sabbath per regalartelo, io che fino ad allora avevo comprato solo i cd di De Andrè (e i Take That, ma quelli in effetti me li avevano regalati, quindi non conta).

Le passeggiate a San Miniato con il cane che adoravi, la storia triste di una famiglia disastrata e di un fratello per metà che amavi più di quanto tu abbia mai amato te stesso e volevi proteggere ad ogni costo, i rari momenti in cui mi permettevi di vedere attraverso la ben costruita fortezza di uomo che non deve chiedere mai. Ti avevo soprannominato come un film che vedeva protagonista un giovanissimo Mel Gibson, perchè un po’ pazzo lo eri davvero, e perché il tuo nome era troppo lungo. Perché, soprattutto, quello è stato il primo film che abbiamo visto nella tua camera e che mi ricordo, ora che avevo il permesso di raggomitolarmi sul tuo petto, esattamente dove avrei voluto stare tutte le volte che quei cinque centimetri tra noi diventavano un canyon, e tu concedevi a te stesso di toccarmi, finalmente. Quelle parole, poco tempo dopo: “Che ci fai, insieme a uno come me? Che ci fai con me?” E gli occhi che si incupivano all’improvviso, ero di nuovo chiusa fuori dai tuoi pensieri, accesso negato.

Le mie rassicurazioni e le nostre insicurezze, mischiate e indistricabili. Le piccole sorprese che ti lasciavo disseminate per la casa quando eri fuori, ormai i ragazzi se non mi vedevano per più di dodici ore consecutive, si preoccupavano. Tu che tornavi bambino ogni volta che ne scoprivi una, come se proprio non ti potessi capacitare che fosse davvero per te quella cosa, quel pensiero. Ore che diventavano giorni, che sono diventate settimane, mesi. Io che diventavo ogni giorno un po’ più donna, anche se l’adulta ero io, nonostante l’anagrafe. Non lo so cos’era, cosa sarebbe diventato se solo tu non fossi stato così incommensurabilmente stronzo, ma so che mi hai aperto gli occhi in modi che non potevo immaginare, prima, e per i quali ti sarò grata per sempre. Non so dare una definizione del groviglio che avevo nel cuore e nella pancia pensando a te, ma so che mi hai cambiato tanto, e credo che il cambiamento sia stato per il meglio, dopotutto. Mi hai mostrato un’altra vita, e insieme tanti altri piccoli modi di morire, ogni giorno.

Così com’era arrivato l’inizio, arrivò anche la fine: improvvisa. Da un giorno all’altro, sei sparito. Scomparso. A casa mi dicevano che non c’eri, al telefono non rispondevi. Ti facevo la posta sotto casa e tu mandavi in avanscoperta il tuo amico, per dirmi di non cercarti più. Dopo giorni di tormento, di messaggi nel vuoto e delle domande idiote che, sono sicura, si fanno solo le donne (“Dove ho sbagliato? Cosa ho fatto che non va? E’ colpa mia?”), la rivelazione: “Scopa con un’altra”. Che epilogo squallido. E anche banale, che è peggio. Nemmeno il coraggio di dirmelo in faccia, hai avuto. Non mi hai guardato negli occhi prima di baciarmi, e non mi hai guardato negli occhi mentre mi lasciavi. Non è servito piangere, implorare E. di farmi parlare con te, non è servito arrabbiarmi con me stessa per quello che forse avrei potuto darti e con te per quello che non hai voluto capire. Non sono servite una vacanza sulla neve e le attenzioni di un animatore decerebrato e bellissimo, a cui mi sono abbarbicata per una serata intera, stando bene attenta ad avere testimoni che al ritorno sapevo ti avrebbero detto di avermi vista con un altro. E’ finita che l’ho mollato lì, nel mezzo della notte, poraccio, in camera sua, perchè con la sua bocca addosso io pensavo solo a te.

Non mi hai lasciato neanche la soddisfazione di rivederti per prenderti a schiaffi come si deve. L’ho dovuto sapere da qualcun altro, che non ti avrei rivisto più. E coi morti non ci si arrabbia. I morti non si possono odiare. E invece io mi arrabbio. E vorrei odiarti. Quasi quattro anni che non ci sei più, e io ci ho provato tantissimo, a odiarti. Ma te lo devo dire, adesso: ogni tentativo è fallito miseramente. Perché si cresce e si cambia, la vita va avanti e i colori sbiadiscono, il dolore si attenua. L’istinto di sopravvivenza mi ha fatto dimenticare le cose brutte, è sempre stata un po’ la mia condanna, ma negli anni ho capito che è insieme la mia benedizione: passa il tempo, e mi rimangono impressi come tatuaggi soltanto i ricordi piacevoli.   E allora più ci penso e più mi accorgo che non ti odio per niente, neanche un po’, neanche se mi sforzo.

…forse ti ricordi, ero roba tua…

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9 responses »

  1. Quasi le ho sentite io le coltellate nello stomaco… Ed ho pianto :-*

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  2. non va più via, l’odore.

    altro non riesco a dire.

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  3. ..spesso, chi prova a farsi odiare ha la parte più difficile..
    S.

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    • …ecco, vedi perchè vinco la mia ritrosia e il sottile disagio di raccontare pezzi di me. Per questo. Per un punto di vista che non avevo ancora mai considerato. Grazie.

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  4. Guardo al passato sorridente e fiera anche degli errori, ho speranza nel futuro perchè anche se dovessi mettere in conto un’ipotetica fine, tutto questo vale la pena di essere vissuto. Sempre e comunque.
    Bacio!

    Reply
  5. Bellissimo!
    Quello che mi stupisce della vita è che a queste cose poi, tutto sommato, si riesce anche a sopravvivere. Contro ogni pronostico.

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