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Col senno di poi

Col senno di poi, tornassi nel 1994, con l’armadio tappezzato di poster di Cioè dei TakeThat, mi piacerebbe Howard, che ha degli addominali da urlo ed è sempre stato un figo clamoroso, mica Mark, che era la più femmina di tutti i Take That. Però continuerebbe a piacermi Dylan invece di Brandon, perchè il fascino del tormentato tutto broncio sexy e infanzia difficile, vuoi mettere. E comunque gli rifarei il guardaroba, per inciso, ché non si poteva guardare.

Col senno di poi, eviterei di farmi tutte le menate che mi sono fatta per il mio aspetto fisico, che ho dovuto aspettare i vent’anni e gli sguardi e le mani e il desiderio delle prime cotte, per capire che andavo bene esattamente così come sono. Ci sono voluti anni per imparare a  vedermi con gli occhi sorridenti e pieni di sonno di un uomo, al mattino presto, e riuscire ad accettare un complimento senza schermirmi, credendoci davvero. La settimana scorsa ho ritrovato (e indossato) un maglione dei primi anni ’90, e la me stessa preadolescente che ci si nascondeva dentro sperando di diventare invisibile mi ha fatto una tenerezza infinita.

Col senno di poi, capirei molto prima che fare parte del gruppetto “in” quando sei a scuola e guardare con sufficienza chi ne è fuori, farà di te con ottime probabilità un individuo arrogante eppure fragilissimo (avevi proprio ragione, S.), che quindici anni dopo elemosinerà un po’ del tuo tempo e della tua attenzione, perchè ma tu guarda la vita adesso le cose sono un pochino diverse, ma – hey – purtroppo sono molto impegnata, ti chiamo io, ok?

Col senno di poi, starei lontana dalle persone sempre incazzate con il mondo, invece di ostinarmi a voler mantenere rapporti basati sul principio “io mi lamento, tu mi stai a sentire”. Ho pianto e sono stata male per queste relazioni naufragate, perchè soffro della sindrome “vorrei sempre andare d’accordo con tutti e che tutti mi volessero tanto bene”, ma soltanto adesso ho capito che avere allontanato queste persone dalla mia vita, l’ha resa un luogo infinitamente più sereno e pieno di luce, dove soprattutto si è creato spazio per chi davvero ci vuole stare, e non è obbligato da convenzioni vuote.

Col senno di poi, ho imparato che servono più mani per contare sulle dita le persone che davvero tengono a me, e questa è una benedizione; poi ho imparato che se non mi chiami mai, non hai alcun diritto di stupirti, addirittura offenderti perchè non ti ho reso partecipe di una novità bellissima, e scusami tanto se non entro nei dettagli, ti dovrai far bastare il mio sorriso. Mi risparmierei innumerevoli telefonate e messaggi, perchè vengono sempre, *solo* da me, e io ne ho abbastanza. Non mi sentirei più in dovere di, perchè davvero ho fatto tutto il possibile.

Col senno di poi, abbraccerei di più, e bacerei di più. Mi lascerei un po’ più andare, e avrei un po’ più coraggio. Tipo: caro M. che mi piacevi da morire, ricordo come fosse oggi il nostro primo cheeseburger al McDonald’s di Piazza della Stazione, che io avrei tanto voluto fosse un appuntamento. Con gli auricolari del walkman a mezzo mi hai fatto ascoltare “Certe Notti” di Ligabue e poi non ho più potuto ascoltarla senza pensare a te – anche adesso, a distanza di quindici anni. Ecco, quel pomeriggio, seduti su quella panchina, t’avrei detto che quel portachiavi scemo l’avevo comprato pensando a te, e c’avevo anche messo mezz’ora a sceglierlo. Su quella panchina, magari, ti bacerei.

Ma soprattutto: col senno di poi, ho capito che tutte le cose che ho fatto e detto e anche quelle che invece no, sono servite a portarmi esattamente dove sono adesso. Quindi, alla fine, direi che va bene così.

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10 responses »

  1. Anche a me è sempre piaciuto pioù Dylan di Brandon 🙂

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  2. mi ci metto dentro anche io, Dylan è stato uno dei miei primi amori, Brandon non reggeva nemmeno il confronto =)
    Bellissimo post comunque 😉

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    • Grazie!
      Dylan RuleS 😀
      Io avevo le mie personali motivazioni per amarlo alla follia, la prima delle quali era: “Allora nel mondo esiste una creatura che ha la fronte più alta della mia”, anche se questo naturalmente implicava che non avrei mai potuto fare dei figli con Dylan McKay, perché sarebbero stati mostruosi, ma non si può avere tutto.
      L’altra motivazione era: “Vabbè, male che ti vada, le crisi amorose possono farti scoprire della grande musica, quindi non tutto il male viene per nuocere”. La scena di Brenda che piange disperata in cameretta ascoltando “Losing my religion” dei REM è entrata nella storia della TV.

      Reply
      • ma la fronte alta non è segno di intelligenza??sarebbero venuti dei geni!!!!!
        ..e comunque la canzone dei REM è sulla scena in cui Brenda e Dylan sono in macchina e si mollano…(oddio,che tristezza!!!)

        ps:ma,considerazionedelle ore 17,47,Dylan a 16 anni viveva già da solo!!!

  3. Che bel post….un po’ da lacrimuccia..

    Io son sempre stata un po’ fuori dal mondo, sempre troppo troppo proiettata nel futuro..che poi inevitabilmente ha finito per essere diverso da come lo immaginavo.

    Niente tv, telefilm o cartoni…di 90210 avevo solo un puzzle..

    Però non c’è niente di più vero di quello che hai detto tu..tutto ci ha portate ad essere come siamo, e va bene così….

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  4. ma che bel post! mi sono ritrovata in molte tue riflessioni… pero io gia preferivo dylan e howard…. sebbene tutto quetso mi faccia sentire piuttosto…. vintage? 🙂

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  5. @ Zia Atena : il fatto di essere sfuggita al tormentone BH90210 io la considererei una cosa positiva, un passo in più verso la sanità mentale, insomma 🙂

    @ serena : vedi, tu eri già saggia, altro che vintage. (P.S. secondo me, all’altare Lui si presenta)

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  6. Ma Dylan aveva quella fronte altissima e rugosissima, mi ha sempre ricordato… Lo dico?

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