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Monthly Archives: June 2011

Il viaggio della speranza

In meno di due giorni dal mio arrivo in terra foresta, sono successe un bel po’ di cosette. Vediamo di fare un breve riepilogo:

1)  Martedi mattina, la sveglia era puntata alle 05:30, per essere in aeroporto alle 06:30. In realtà, come avevo detto qui, era del tutto improbabile che riuscissi a dormire. E infatti.

2) 06:40, ora italiana – Arrivo in aeroporto, e già si comincia male. Una signora (munita di passeggino e bambino) che sembra Whoopi Goldberg ma meno simpatica comincia ad agitarsi durante il check in, la sicurezza se ne accorge e le fa riaprire tutte le valigie. Roba che io sarei morta immediatamente, con tutto il tempo che ci ho messo per incastrare ogni cosa; per dire, nella mia borraccia – si, ho la borraccia. Acqua del rubinetto. A Londra (a dire il vero, anche a Firenze) le bottigliette sono troppo care, io sono previdente e bevo come un cammello – ci sono sei paia di calzini. Ora, vi immaginate la faccia dell’addetto ai controlli? Ecco… Comunque, Whoopi, il suo passeggino e la sua creatura per fortuna non devono salire sul mio aereo. Vanno a Monaco. Per me se li becca Alberto tra due giorni (se prima la povera Charlene non riesce a darsi alla macchia. Pare che ci abbia già provato, senza successo).

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Solo andata

Vi ricordate quando dicevo che in questo particolare momento della mia vita, sarei un aeroporto?

Ecco, facevo proprio sul serio.

Breaking News: miparevastrano si trasferisce in terra d’Albione. Lascerò il patrio suolo tra una settimana esatta. Cosa vado a fare? Non lo so. Per quanto tempo rimarrò? Nemmeno. Improvvisazione is the new organizzazione. E lo dice una che ha qualche problemino con la mania del controllo e quelle robe lì. Insomma, potrei fare una breve vacanza e tornare tra una settimana carica di souvenirs superkitsch, oppure rimanere per tre mesi, oppure non tornare più. (Genitori, se state leggendo: scherzo, credo. Fratello, posa quel defibrillatore)  Bello avere le idee chiare.

L’unica cosa certa è che il mio biglietto aereo è di sola andata.  Per il resto, sto sperimentando un loop senza fine di due emozioni un filino differenti.

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La musica batte *solo* sul Due

Durante i miei mesi di lavoro da allegra precaria, presto la mia meritoria opera nel dorato mondo della televisione. Anche di questo, parlerò meglio un’altra volta. Miniera inesauribile di spunti, la TWU’ (cit. da lei, che se non la conoscete, correte immediatamente sul suo blog. E’ fantastico).

La trasmissione della quale mi occupo parla di arte, cultura, bellezze paesaggistiche e storiche del nostro bel Paese. Mostre, restauri… quelle cose lì. Quando va in onda, durante i titoli di coda scorrono in sovrimpressione anche i recapiti telefonici. Cioè la redazione. Cioè io.

Metà Novembre, mattina, ore 10:37. In redazione squilla il telefono.

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Macedonia, Didò e Hierba Buena

Serate tardoprimaverili, amiche, cocktail niente ombrellino e troppo ghiaccio, macchine con finestrini abbassati e autoradio che fa da sottofondo, chiacchiere fino a tardi. Conseguenza naturale? Si parla di uomini, ovviamente. Ma ci si spinge anche oltre: parliamo d’amore. Chi ce l’ha, chi non ce l’ha più, chi pensava di averlo e invece, chi forse l’ha trovato e chi ancora lo sta cercando.

A un certo punto V. se ne esce con la “Teoria della Sedia”. Sguardi perplessi, ma pronta arriva la spiegazione. L’abbiamo fatto tutti, da piccoli, il gioco della sedia. Quello dove i bambini erano sempre uno in più del numero delle sedie disposte in cerchio. Quello in cui serviva una certa prontezza di riflessi, agilità e scatto felino per accaparrarsi il posto sull’ultima seduta disponibile, prima che uno dei grandi premesse il tasto “Stop” dello stereo e la musica finisse. Che se la musica finiva e tu eri ancora in piedi, non c’era storia:  fuori dal gioco.

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Confessioni di una stalker

Al liceo andavo a piedi. Una camminatina di venti minuti durante la quale a volte ripassavo la lezione della prima ora, a volte ascoltavo musica (per mesi interi, solo lei) dal lettore MP3  walkman, – non bariamo – e a volte… osservavo le persone. Casa mia si trova a metà strada tra il mio liceo, un classico intitolato al Divin Poeta, e un istituto tecnico al quale mi sarebbe piaciuto andare anche solo perchè si chiama come uno dei miei gusti di gelato preferiti: Buontalenti. Vabbè, sto divagando… Dicevo: durante il tragitto casa-scuola, spesso incrociavo ragazzi diretti verso il Buontalenti.

Poi, una mattina, vedo lei. Non so esattamente qual è la prima cosa che mi ha colpito. I capelli ricci, gli occhi vivaci, la camminata fluida, lo sguardo intelligente. O forse il fatto che camminava da sola, come me, e sembrava sempre assorta in mille pensieri…  No, ho trovato: il sorriso. Il sorriso che ci scambiavamo in automatico quando i nostri occhi si incontravano.

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When the things get tough, the tough get going

ovvero:

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare

Quasi due mesi fa ho assistito per la prima volta ad una partita di football americano: un paio di considerazioni…

Gallia est omnis divisa in partes tres

Ogni squadra è divisa, al suo interno, in tre sotto squadre. C’è il defence team (la difesa, questa è facile), l’offence team (l’attacco, ci si arriva, dai) e poi, rullo di tamburi… lo special team. Adesso. Già la terminologia vi dovrebbe chiarire l’origine geografica di questo sport: è la patria di Rambo, possono mai essere modesti nel dare il nome alle formazioni? No, appunto. E poi: ma chi sono? Cosa fanno? Gli SQUAT del football? I SEALS della palla ovale? La task force che entra in campo quando le cose si mettono male di brutto? Qual è esattamente il ruolo di questi special ones? La risposta é: non lo so. Il che ci porta direttamente al prossimo punto.

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Se fossi un luogo…

Avete presente il gioco del “se fossi”?

Ho sempre pensato che sia possibile scoprire alcune cose molto interessanti di una persona in base ai luoghi che frequenta, quelli che ama, ma soprattutto quelli nei quali si riconosce. Fra le mie conoscenze, qualcuno sicuramente direbbe: “Se io fossi un luogo, sarei casa.” Altri forse direbbero la discoteca, i workaholic magari azzarderebbero “l’ufficio”, i modaioli l’ultimo locale “in” della città.

Io, se fossi un luogo, sarei un nonluogo.  Sono sempre stata attratta da questi posti che si trovano ad essere inconsapevoli aggregatori di umanità varia, nati per esigenze che niente hanno a che fare con la socializzazione, ma teatro di rapporti e interazione continua. 

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